In Memoria Della Mia Famiglia

Scrivere “In memoria della mia famiglia” vuol dire scrivere qualcosa che resti nel tempo, lasciare una traccia, un percorso nei ricordi sovente imprecisi e ancora di più frammentari, naturalmente finché sarò ancora viva, perché dubito che altri dopo di me vorranno spendere il loro denaro (o quello che lascerò loro) per alimentare questo sito “per sempre”.
E' difficile lasciare tracce imperiture, a meno di essere ricchissimi o famosissimi, Io non sono né l'una, né l'altra. Ci sto provando lasciando degli scritti che pubblicizzo qui stesso, senza avere la pretesa di essere una grande scrittrice.
Pubblico libri e attualmente vedete a lato della prima pagina il mio primo racconto lungo, si intitola “Tutti sotto lo stesso cielo”. Se siete curiosi cercatelo col mio nome, Maria Iacobelli Scotti, su Amazon. E in corso la scrittura di un secondo romanzo che penso di pubblicare il prossimo anno,
I Blandini e i Travia
Una tragedia……siciliana.
(tra la prima metà del 1800 e i primi anni del 1900)
Sua Eminenza Monsignor Blandini aveva un problema, doveva chiedere a Sua Santità un gran favore: una dispensa per un giovane prete. Le parole giuste gli sfuggivano, ma non poteva più rinviare; due creature vivevano nel peccato e lo scandalo nella sua famiglia dilagava: niente affatto conveniente per il suo prestigio e la sua credibilità.
La dispensa era un fatto raro, concesso solo per eccezionali motivi e abbastanza deplorato e vissuto, in seguito, come marchio d’infedeltà per tutta la vita, ma non c’era rimedio, doveva essere chiesta.
Eppure aveva riposto tante speranze in quell’amato fratello, ordinato sacerdote da poco e avviato ad una brillantissima carriera ecclesiastica; nei suoi sogni ne aveva già fatto un Cardinale di Stato e forse… forse persino… Papa.
E quello invece, che cosa ti combinava? Un guaio, un guaio grosso; nel segreto del confessionale ascoltando l’addolorato sfogo di una giovane di buona famiglia, che alla peggio poteva aver rubato la marmellata dal barattolo, l’allocco era andato ad innamorarsi, anzi, si erano persi tutti e due in contemporanea, i citrulli.
Che guaio, che guaio! E Sua Eminenza si avviò verso le stanze papali; la sua finezza gli aveva suggerito le parole: -Santità- avrebbe detto – è meglio un cattivo prete o un buon padre di famiglia?”
Questo che pare una scena del dramma “Il Cardinale Lambertini” di cui esiste una trasposizione cinematografica con protagonista un memorabile Gino Cervi, accadeva verso la prima metà del 1800, quando il Papa era ancora Re, ed è nientemeno che l’origine della famiglia di mia nonna materna.
Il giovane prete che era di famiglia altolocata, provvista di baronia, fu dispensato, sposò la sua fanciulla ed ebbe numerosi figli di cui un Ufficiale dei Carabinieri, Capo delle guardie del carcere mandamentale di Noto, il Barone Don Ignazio Blandini, era il padre di mia nonna.
Non so se la storia sia proprio questa e riguardi direttamente il mio bisnonno, ma certo è giunta fino a me attraverso mia nonna e mia mamma.
Viene da chiedersi perché nonna non porta il nome di suo padre, ma questa è un’altra storia, la storia di donna Rosalia e don Ignazio.
I Travia
Donna Rosalia, rigoglioso fiore delle terre calde di Sicilia, era la più giovane figlia di una ricca famiglia di Patti, in provincia di Messina; villa padronale, giardino, terre, servitù, erano la cornice di quell’aristocrazia terriera che dominava in maniera esclusiva la Sicilia verso la fine del 1800, certamente un po’ più impoverita a causa del Risorgimento, ma ancora così molto forte economicamente, da determinare i destini di quella terra isolana, avamposto del Mediterraneo.
La bellezza prorompente della giovane fu il perno intorno al quale si dipanò una sciagurata matassa di tragedie e di afflizioni che colpirono ben tre generazioni.
All’epoca, leggi ottocentesche che penalizzavano pesantemente la donna e consuetudini di conservazione dell’eredità ai figli maschi, creavano situazioni tali che, se disgrazia voleva che la donna restasse vedova, in mancanza di un testamento esplicito, perdeva ogni diritto alle proprietà coniugali, fino ad essere privata dell’abitazione da parte della famiglia.
Se invece aveva la fortuna di restare proprietaria dei beni, l’abitudine a fare solo figli e a non gestire gli affari di famiglia che spettavano per consuetudine all’uomo, potevano crearle non poche difficoltà nel mantenimento del patrimonio, nella direzione delle attività agricole, nella gestione dei figli, e così diventare preda dei mezzadri e dei servitori.
Questo, in effetti, probabilmente accadde alla madre di donna Rosalia rimasta vedova ancora giovane, con un bel po’ di figli, e priva affatto di quelle doti di intraprendenza che sarebbero state necessarie in tali frangenti, complice anche la mentalità retriva dell’epoca che non esitava a marchiare di vergognosa sfrontatezza la donna che s’infilava, anche se per necessità, nei panni dell’uomo.
Fatto sta che la donna non volle o non osò appropriarsi di un ruolo che l’avrebbe marchiata per sempre e si risposò con un bellimbusto, un dongiovanni, forse l’Amministratore della famiglia che già da tempo aveva puntato ambiziosamente al benessere e alle rendite della medesima, acquisibili attraverso quel fortunato matrimonio, poiché la sposa portava in dote tutto ciò che le apparteneva, di proprio o di ereditato.
Fatto abbastanza consueto del resto, che non deve stupire più di tanto, sennonché il personaggio non seppe accontentarsi della moglie, ma cominciò a molestare anche la figlia più giovane, la sedicenne donna Rosalia appunto.
Non è dato di sapere se la moglie finse di non vedere, o se scoperto il traffico, aiutò la figlia a fuggire, ma il fatto fu che donna Rosalia fuggì e si allontanò tanto da attraversare tre province fino al sud della Sicilia, dove fu presa sotto le ali di don Ignazio, il quale, d’età ben più che doppia della sua, sposato con figli, la portò a casa sua per metterla sotto la custodia della moglie e dove Rosalia divenne guardarobiera.
Ma la sua bellezza, unita all’audacia del suo comportamento, non potevano non far presa su don Ignazio che certamente non della stessa stoffa dell’amministratore malfidato, era pur sempre un uomo (e che uomo! bello, colto, con un pizzetto alla Pirandello, probabilmente fornito di baronia e comunque di nobili natali alto – all’epoca chi entrava negli ordini militari doveva avere il requisito dell’altezza, pena l’esclusione-) che forse, com’era di consuetudine, viveva una situazione come quella del Principe “Gattopardo” protagonista del romanzo di Tomasi di Lampedusa, la cui moglie si faceva il segno di Croce ogni volta che la baciava, fedele a quel aberrante concetto instillato da una chiesa oscurantista e medievale, che, anche nel matrimonio, ogni atto intimo non finalizzato al concepimento, ma semplicemente al piacere, fosse peccaminoso e da evitare.
Infine, donna Rosalia sedusse don Ignazio, e ne rimase sedotta a sua volta.
I due tennero nascosta la cosa finché fu possibile, ma quando Rosalia restò incinta del primo figlio tutto si fece più difficile.
Don Ignazio fu messo di fronte a una scelta: negare i fatti, conservare il proprio ruolo, la posizione, il benessere e perdere la ragazza che sarebbe vissuta raminga, disprezzata e priva di sostegno alcuno, ma non lo fece e chiese alla moglie di consentirgli il riconoscimento del figlio, ma quella rifiutò, o forse accettò a condizione di prendere il figlio in famiglia e allontanare la ragazza; il meccanismo di tutta la storia non è purtroppo molto chiaro, perché è passato di racconto in racconto, ma una cosa è certa, il riconoscimento delle proprie responsabilità misero don Ignazio in una posizione veramente difficile soprattutto per quanto riguarda la propria professione. Un Carabiniere, il Capo delle Guardie di un Carcere, doveva essere senza macchia, fin dalla settima generazione precedente. Riconoscere un atto di seduzione e di paternità fuori dal matrimonio voleva dire distruggere una reputazione, rendersi indegno del ruolo ricoperto, coprirsi di disonore.
Ma chissà cosa passò nella mente di don Ignazio, che nel carcere ne vedeva di tutti i colori, forse anche ragazze madri, incolpevoli, abbandonate a se stesse, prive di sostentamento, diventate prostitute, forse ladre, forse assassine; forse non ebbe cuore di rendersi responsabile di una tale distruzione di una fanciulla che, alla fine si era messa sotto la sua protezione e scelse di andare a fondo con quello che all’epoca era marchiato come un terribile peccato.
Nonostante il probabile aiuto dello zio Monsignore ancora vivo fino al 1913. Siamo nei primi anni del 1900. Nel 1908 la Sicilia settentrionale fu scossa da un cataclisma senza precedenti, il famoso terremoto-maremoto (oggi lo chiameremmo tsunami) che distrusse quasi completamente la città di Messina. I drammi e le vicende delle persone si confusero e furono sommerse dalle tragedie e dai percorsi della storia.
Tutto è travolto, distrutto, sovvertito, eppure la vita continua e si riproduce. Questa famiglia irregolare così costituita, travolta da avvenimenti personali e drammi collettivi, si rifugia in Francia, a Nizza, dove molti sopravvissuti al terremoto erano emigrati ospiti di quella comunità italiana che già vi aveva messo radici, nel Risorgimento. La vita a Nizza fu tuttavia bella e gradevole, tutti i figli e le figlie che don Ignazio ebbe con donna Rosalia impararono a leggere e a scrivere e don Ignazio, grazie allo zio Monsignore, ebbe un lavoro di prestigio. A Nizza, nel 1910 nasce la prima dei figli di don Ignazio, Gaetana, detta Nina, mia nonna (nipote di Don Gaetano che tanto aiutò la famiglia). Poi seguono, negli anni altri quattordici figli fino al 1928/30 di cui però, oltre mia nonna, solo altri quattro sopravvissero e cioè Carmela, detta Melina, Corrada, detta Dina, poi Alfredo, quindi Salvatore, detto Turi. Sui documenti d’identità di tutti compariva la dicitura N.N. alla dichiarazione di paternità. Fatto che pesò sempre come un macigno sul cuore di chi, come mia nonna, aveva una sensibilità più spiccata e percepiva le conseguenze di un tale marchio, che in qualche caso diventava una stimmate d’infamia.
Nel 1922 la Marcia su Roma portò il Fascismo al potere e noi ritroviamo questa famiglia a Torino per quanto don Ignazio vantasse natali di baronia, fu allontanata e dimenticata da quella regolare di don Ignazio, con contatti rari e furtivi da parte di quella di Rosalia, impegnata in lavori presso le fabbriche dell'epoca come la famosa Snia Viscosa, ma che tuttavia sopravvisse; intanto erano morti sia il patrigno infido di donna Rosalia, sia la moglie di don Ignazio, il Fascismo varò leggi che permettevano il riconoscimento dei figli illegittimi e la cancellazione per questi della dicitura N.N. dai documenti.
Ma donna Rosalia, divenuta dura ed egoista, che riceveva un sussidio di sostentamento per i figli naturali, di cui l’ultimo era nato intorno o poco dopo il 1925, temendo di perdere il sostegno, o chissà per quale altra motivazione rifiutò il riconoscimento, pur sollecitata dallo stesso don Ignazio che aveva desiderio di lasciare un dono, per quanto parziale, a dei figli che pure aveva amato (la nonna era la preferita e nei suoi ricordi era il padre amoroso che la teneva per mano nella passeggiata, o, accarezzandosi il pizzetto alla Pirandello, la guardava tentennando il capo, chiamandola “figghja mia, figghja mia” tentando di dirle qualcuno dei suoi pensieri).
Rosalia non volle, da quella donna ribelle e anticonformista che si era rivelata, non si sa il motivo (forse in quarant’anni di vicende comuni fatte di disastri e di disperazione, ci si abbrutisce al punto di incolpare gli altri dei propri errori), e i figli continuarono a portare il suo cognome anche se poi senza più N.N. sui documenti d’identità. Sembra che don Ignazio, il mio bisnonno infine, allontanato da donna Rosa, nonostante le proteste di Nina, la figlia maggiore, che tentò di farlo restare nella casa materna proponendo di offrire ciascuno dei figli un piccolo aiuto perché alfine i vecchi consumano poco e si accontentano di ancor meno, solo e rifiutato dalle famiglie d’origine, si sia preso una specie di badante una di quelle povere derelitte, il cui unico mestiere poteva essere fare la serva a qualcuno. Dopo la morte di costei, don Ignazio ormai ultra novantenne era anche diventato cieco, forse afflitto da quel terribile e subdolo male ereditario che è il glaucoma oculare di cui solo fino a pochi anni fa non si sapeva niente e ancor oggi viene scoperto solo per mezzo di un attento controllo da parte di un bravo medico, essendo una patologia assolutamente asintomatica. Povero vecchio! Vittima di una società crudele e ipocrita. La realtà è stata per lui e per una parte dei suoi discendenti anche più terribile delle più tremende narrazioni dei grandi scrittori del verismo italiano. Mentre scrivevo mi tornava alla mente quel romanzo del ciclo “I Vinti” di Giovanni Verga dal titolo: "I Malavoglia", o alcuni drammi di Pirandello, così profondo e intuitivo sulle vicende umane.
La mia bisnonna Rosalia, che si era sempre mantenuta lavorando nell'azienda di tessuti "Snia Viscosa", abituata a fare una passeggiata al Valentino alla domenica, morì investita da un'auto in corso Massimo d'Azeglio, mentre attraversava. Credo fosse intorno agli anni '58/'60:
In fondo non so se sia proprio questa la storia; mi rendo conto che abbiamo tutti la tendenza a romanzare i fatti, soprattutto se la scarsità di notizie lascia molti punti oscuri.
Una ricerca sui Blandini, ma, in particolare sullo zio Monsignore ha dato risultati insperati a completare un affresco storico. Monsignor Giovanni Blandini fu Vescovo di Noto per 38 anni; tuttavia, in realtà, i Vescovi erano due, c'era anche Monsignor Gaetano Blandini, che, più giovane di Giovanni, inizialmente lo coadiuvò, quindi divenne Vescovo di Agrigento e, perciò, non si sa a chi è dovuta la missione presso il Pontefice, per far dispensare un fratello (o un nipote).
Di mia nonna, Donna Nina Travia, racconterò nel capitolo a lei dedicato insieme al nonno Alba, miei diretti ascendenti materni.
Qui spenderò due parole, perché poco è quello che so, degli altri Travia, sorelle e fratelli di mia nonna.
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